Ha vinto Napolitano, ha perso l’omissivo Ingroia

Ha vinto Giorgio Napolitano, ha perso Antonio Ingroia. Le conversazioni tra il capo dello stato e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, per quanto intercettate in maniera occasionale e involontaria, andavano immediatamente distrutte senza alcuna valutazione né da parte dei pm né da parte del gip. Questa la sentenza della Corte costituzionale sul conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale nei confronti della procura di Palermo.
5 AGO 20
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Roma.Ha vinto Giorgio Napolitano, ha perso Antonio Ingroia. Le conversazioni tra il capo dello stato e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, per quanto intercettate in maniera occasionale e involontaria, andavano immediatamente distrutte senza alcuna valutazione né da parte dei pm né da parte del gip. Questa la sentenza della Corte costituzionale sul conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale nei confronti della procura di Palermo che, con una mossa a dir poco azzardata, non solo aveva ascoltato e valutato colloqui che dovevano andare subito al macero, ma ha anche scritto e sostenuto che quelle intercettazioni potevano essere distrutte dal giudice per le indagini preliminari solo dopo un confronto pubblico tra tutte le parti in causa. La procura palermitana, dunque, “ha omesso di chiedere al giudice la immediata distruzione ai sensi dell’art. 271 del codice di procedura penale”. Con il risultato che i nastri sono ancora lì, nella cassaforte, a disposizione dei pm che indagano sulla presunta trattativa tra lo stato e i boss mafiosi.
All’udienza della Consulta è stato presente, per tutta la durata, il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo. “Non credo che si debbano fare commenti, per il momento”, ha detto dopo avere ascoltato il verdetto dei giudici. “Aspettiamo di leggere il provvedimento”. Nessun commento, almeno fino a sera inoltrata, da parte di Antonio Ingroia, il procuratore aggiunto che, dopo avere portato l’inchiesta davanti al gip con dodici richieste di rinvio a giudizio, ha ritenuto opportuno partire per il Guatemala dove, su incarico dell’Onu, dovrà coordinare la lotta ai narcotrafficanti.
Che le cose non andassero per il verso giusto per la procura si era capito quando in mattinata il difensore dei magistrati palermitani, Alessandro Pace, aveva tentato di ripiegare su una soluzione mediana e aveva addirittura proposto l’utilizzo di uno strumento straordinario come l’apposizione del segreto di stato. “Guardando alla legge – aveva detto Pace – si può arrivare a questo previa valutazione assieme al presidente del Consiglio dell’importanza dei contenuti delle conversazioni che potrebbero essere propalati. E’ successo in Gran Bretagna, dove l’Attorney general ha vietato la pubblicazione di una serie di lettere del principe di Galles che avrebbero messo a rischio il Regno Unito”. Ma i giudici costituzionali non hanno tenuto in alcuna considerazione la via d’uscita indicata dalla procura palermitana e sono andati giù pesanti scrivendo senza esitazione la parola più grave: omissione. Il pool prima guidato da Ingroia e ora da Nino Di Matteo ha “omesso” di fare ciò che andava subito fatto: la immediata distruzione delle bobine. Che valore dare a un simile comportamento? Si vedrà nei prossimi giorni.
A sentire Di Matteo sembra che non dovrebbero esserci contraccolpi: “Vado avanti tranquillo nella coscienza di avere agito correttamente e di avere rispettato la legge e la Costituzione”. Il Colle non la pensa evidentemente così e aspetta di leggere a gennaio le motivazioni per decidere gli ulteriori passi da compiere anche davanti al Consiglio superiore della magistratura. Intanto, stamattina a Palermo, il gup Piergiorgio Morosini aveva rigettato tutte le eccezioni di incompetenza territoriale presentate dai difensori di 10 dei 12 imputati. Il procedimento resta dunque nel capoluogo siciliano. In particolare, per gli ex ministri dc Calogero Mannino e Nicola Mancino, il gup ha stabilito la competenza del giudice ordinario di Palermo, mentre i legali dei due imputati avevano proposto la competenza del foro di Roma, o del Tribunale dei ministri, o dello stesso capoluogo siciliano.